Oggi si parla molto degli immigrati extracomunitari e non che arrivano (anche nel nostro paese) alla ricerca di lavoro e benessere per le proprie famiglie, ma anche Pianzano come molti altri paesi del Veneto (e non solo) subì una forte emigrazione in diversi periodi della sua storia recente che vorremmo raccontare attraverso questa raccolta di foto divise per periodi storici, un grazie fin da ora a quanti hanno messo a disposizione o lo faranno a breve i ricordi di famiglia, le lettere e le foto ricevute dai nostri compaesani emigrati.

             

L'Emigrazione dei Pianzanesi

LA GRANDE EMIGRAZIONE VERSO IL SUD AMERICA (1880-1900)

LA GRANDE EMIGRAZIONE VERSO IL NORD AMERICA (1880-1915)

L'EMIGRAZIONE VERSO LA FRANCIA (1920-1930)

L'EMIGRAZIONE VERSO LE COLONIE AFRICANE (1930-1940)

L'EMIGRAZIONE IN BELGIO E NORD EUROPA (1946-1956)

L'EMIGRAZIONE OPERAIA IN SVIZZERA E NORD AMERICA (1950-1970)

GLI ULTIMI ANNI (1980-oggi)

          

    

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LA GRANDE EMIGRAZIONE VERSO IL SUD AMERICA (1880-1900)

Gli Italiani cominciarono ad emigrare in numero significativo per il Brasile a partire dagli anni 1870, furono spinti lì dalle trasformazioni socioeconomiche in corso nel Nord della penisola italiana, in particolare una feroce crisi economica unita ad una esplosione demografica.

Il governo Brasiliano, successivamente all’abolizione del traffico di schiavi (1850), cominciò a promuove l’immigrazione di manodopera europea; i primi italiani arrivarono nel 1870, installandosi prima nello stato di Rio Grande do Sul.

L’espansione delle piantagioni di caffè nello stato di San Paulo, al sud-est, ed il successo della colonizzazione italiana nel sud incitò fin da 1880 il governo locale ad incoraggiare il movimento della popolazione italiana emigrante, verso i campi di caffè. Il governo o il fazendeiro finanziavano il viaggio fino all’il Brasile e l’immigrato doveva lavorare poi nelle fazendas per rimborsare il costo del viaggio.

Le condizioni di vita e di lavoro furono molto difficili al inizio perché i fazendeiros erano abituati ad una mano di opera di schiavi e non sapevano gestire dei salariati liberi. Le eco di questo lavoro in semi-schiavitù giunsero fino in Italia dove venne emanato il famoso decreto Prinetti.

Analogamente avvenne in Argentina: nel 1853 l'Argentina divenne una repubblica federale. Lo Stato Federale profuse molto impegno nel progetto statale di colonizzazione agricola che attirò gran parte delle popolazioni europee migranti.

Fu così che in Argentina si diffuse verso il 1865 il sistema applicato le prime volte a Corrientes nel 1853: l'anticipazione agli emigranti delle spese di viaggio e di quelle necessarie per impiantarsi nel lotto assegnato da parte delle società private.

La Comision de Inmigracion nacque per aumentare la produzione agricola e favorire l'immigrazione contadina nel paese. La produzione agricola del paese era insufficiente al fabbisogno nazionale: i cereali venivano importati pagandoli col ricavato della vendita delle carni. I capitalisti inglesi dietro ai gauchos dediti all'allevamento del bestiame ed alla pastorizia erano in netto contrasto con la politica agricola del paese e spesso cercarono di ostacolarla.

Nella Provincia di Buenos Aires già dal 1870 un provvedimento assegnava a giovani coppie di agricoltori terreni gratuitamente a condizione che vi costruissero una casa e che li coltivassero ma fu la legge varata nel 1876 dal Governo argentino sulla colonizzazione e l'immigrazione che spinse molti a muoversi dall'Italia per tentare la fortuna in Argentina. La legge prevedeva che i territori nazionali venissero divisi in lotti di quarantamila ettari per insediamenti urbani e suburbani, offrendo sia la possibilità di assegnazioni di terreno gratuite, sia pagabili ratealmente a prezzi molto contenuti.

La povertà che venne portata dall’occupazione francese prima e austriaca poi, e successivamente dall'assorbimento del Veneto all'Italia, fu palese e venne raccontata anche attraverso filastrocche molto famose in Veneto all'epoca:

‘’Co San Marco comandava se disnava e se senava;

soto Franza, brava gente, se disnava solamente;

soto casa de Lorena no se disna e no se sena;

soto casa de Savoia de magnar…te ga voja!’’

 

ARGENTINA: La famiglia di Gio Batta Bolzan

          

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mons. Gottardo Possamai annota l'ennesima partenza di famiglie Pianzanesi per le Americhe: si tratta dei fratelli Antonio e Giobatta Bolzan di cui vedremo le foto qui sotto. Sempre mons. Possamai annoterà che tra il 1886-1900 si trasferirono all'estero 39 famiglie, spopolando Pianzano di circa 1/5 dei suoi abitanti.

        

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GioBatta Bolzan e Antonio Bolzan poco tempo dopo il loro arrivo a La Palta (Argentina), mandano questa foto per rassicurare i parenti rimasti a casa.

            

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Antonio Bolzan nei primi del '900 a La Plata (Argentina), qualche anno dopo (in seguito alla morte della moglie) tornerà in Italia con la famiglia, mentre il fratello GioBatta rimmarà in Argentina.

            

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GioBatta Bolzan a La Plata (Argentina) negli anni '30 con i figli: ha avviato con successo un impresa per la lavorazione meccanica della terra, i primi trattori e mietitori a vapore.

           

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Moglie e figli di GioBatta Bolzan a La Plata (Argentina) negli anni '20: foto per i parenti rimasti in Italia.

             

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Anna Tocchet prima moglie di Antonio Bolzan (primi '900), alla sua morte Antonio con i figli rientreranno in Italia. Da notare la bambina con abiti tradizionali argentini.

             

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Giuseppe Antoniazzi a La Plata (Argentina) nei primi del '900, a differenza del cognato Antonio Bolzan, lui si dedicò all'allevamento del bestiame.

   

 

 ARGENTINA: La famiglia di Dal Mas

   

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Il passaporto di Domenico Dal Mas del 1889, da notare il timbro rotondo sulla destra riguarda la nave di imbarco, mentre il timbro quadrato sottostante è quello dell'albergo degli emigrati.

  

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Stato famiglia redatto dal medico comunale che attestava il buono stato fisico di Domenico Dal Mas per il suo futuro impiego di minatore in Argentina.

    

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Foto di famiglia di Domenico Dal Mas in Argentina (San Cristobal) sul finire dell'800.

   

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Prima comunione per i figli maggiori di Domencio Dal Mas a San Cristobal, primi '900.

      

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Targa commemorativa di Domenico Dal Mas nel cimitero della città doveve vivono i suoi discendenti.

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LA GRANDE EMIGRAZIONE VERSO IL NORD AMERICA  (1880-1915)

Fra il 1880 e il 1915 approdano negli Stati Uniti quattro milioni di italiani, su 9 milioni circa di emigranti che scelsero di attraversare l'Oceano verso le Americhe. Le cifre non tengono conto del gran numero di persone che rientrò in Italia: una quota considerevole (50-60%) nel periodo 1900-1914.

Circa il settanta per cento proveniva dall’Italia del Sud, anche se fra il 1876 ed il 1900 la maggior parte degli emigrati era del Nord Italia con il 45% di questi composto solo da Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Le motivazioni che spinsero masse di milioni di Meridionali ad emigrare furono molteplici.

Da aggiungere ai motivi dell'esodo la crisi agraria dal 1880 in poi, successivamente l'aggravarsi delle imposte nelle campagne dopo l'unificazione del paese, il declino dei vecchi mestieri artigiani, delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, delle manifatture rurali.

Gli Stati Uniti dal 1880 aprirono le porte all'immigrazione nel pieno dell'avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l'America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa, per questo milioni di persone scelsero di attraversare l'Oceano.

L'arrivo in America era caratterizzato dal trauma dei controlli medici e amministrativi durissimi, specialmente ad Ellis Island, l'Isola delle Lacrime.

Nel Museo dell'Emigrazione a New York ci sono ancora le valigie piene di suppellettili e di povero abbigliamento delle persone che reimbarcate per l'Italia, nella disperazione si buttavano nelle acque gelide della baia andando quasi sempre incontro alla morte.

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Veduta di Ellis Island

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In nave verso l'America

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Lo sbarco in America

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Il controllo dei documenti

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Controlli sanitari

     

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Passaporto di Zanette Gio Batta

          

Il passaporto di mio padre, rilasciato in Italia nel 1909, riguardava la sua emigrazione originaria per lavoro per la Germania, di cui purtroppo, al momento, non ritrovo i libretti e contratto di lavoro. La sua situazione è abbastanza curiosa e paradossale. In Germania aveva conosciuto un compagno di lavoro che era in attesa di emigrare negli Stati Uniti. Un giorno a quest'uomo arrivò finalmente il contratto e la chiamata per la visita medica per l'espatrio negli U.S.A.; le visite, molto scrupolose, e il porto d'imbarco erano fissati ad Anversa. L'uomo chiese a mio padre di accompagnarlo per fargli coraggio. Cosa che mio padre, per cameratismo, fece. Solo che il malcapitato non fu trovato idoneo e, quindi, respinto. Il funzionario addetto all'espatrio, visto mio padre, gli chiese se voleva lui sottoporsi alle visite e riempire il buco che si era creato. Fu così che mio padre, con i quattro stracci che s'era portato per una giornata, passò le visite e decise d'imbarcarsi per gli Stati Uniti. Ciò che, all'arrivo, gli causò molti guai perché non era lui il titolare del contratto, nè lui conosceva la persona che aveva richiesto il richiamo dell'operaio rifiutato. E stette in quarantena per 40 gg.

Il passaporto di mia madre, invece, fu emesso a S. Francisco, dal Consolato Italiano nel 1923, quando la famiglia decise di rientrare in Italia per sei mesi a causa d' una malattia che affliggeva mia madre. Mamma aveva raggiunto mio padre a seguito di sua chiamata nel 1913 (purtroppo non ho trovato il suo passaporto originario) e in quello stesso anno si sposarono ed ebbero cinque figli (che sono quelli indicati nel passaporto nati tutti negli U.S.A., di cui due: Regina e Riccardo deceduti prima della 2^ guerra).

Dopo il 1910 mio padre richiamò in California (St. Matheo) anche due suoi fratelli: Alberto (partì solo nel 1913, insieme con mia madre ) e Agostino (Agostino, invece, partì l’anno dopo insieme con un compaesano, un certo Marchesin di Baver) che vissero, in pratica, a casa di mio padre e per i quali mia madre si adattò a fare da vivandiera perché erano soli e non sposati. Non ebbero molta fortuna, come ho già scritto; per di più, allo scoppio della guerra in Europa, nel 1914, furono rimpatriati perché la loro condizione di emigrati celibi e  senza alcun legame familiare negli U.S.A. non consentiva loro di essere esonerati dalla chiamata di leva per causa di guerra. Esonero, invece, per causa di famiglia, che permise a mio padre e a suo fratello Valentino, di rifiutare il rimpatrio. Va detto che già allora vigeva lo jus soli e, quindi, i loro figli nati avevano assunto di diritto la cittadinanza americana.

In quel periodo che precedette la guerra, altri cittadini di Pianzano (Cettolin Giovanni, Dal Cin Vito, Zanette Vittorio, Il detto Marchesin, Piccoli ed altri) di Bibano (Gava Giacomo, Soletti Pietro (?)), di Codogné e di Vazzola (Dalla Cia Giosuè) e sicuramente molti altri, costituirono una bella piccola comunità. Mi racconta mia sorella (la secondogenita, anno 1916, tuttora vivente) che ricorda in questa piccola (allora) cittadina della California, affacciata sul golfo, si era raggruppata proprio una vasta comunità di veneti (trevigiani in particolare).

Più tardi raggiunse i fratelli dall'Australia (dove era emigrato qualche anno prima), anche il famoso da me citato nei racconti zio Valentino Zanette, l'unico che insieme alla moglie Cettolin Rosa (Sorella del citato Cettolin Giovanni) e ai figli visse e morì negli Stati Uniti.

Mio padre, invece, dopo appena due mesi dal rientro in Italia, acquistò casa e terreni e si stabilì definitivamente in Italia.

Una curiosità che mi raccontava spesso mio padre con orgoglio riguardava la sua amicizia (così la chiamava lui, con un pò d'ingenuità) con la potentissima famiglia del giovane generale Clark, di cui fu giardiniere e carpentiere per alcuni anni. Un nome che avrà un ruolo di primo piano nell'invasione delle truppe americane in Italia nel 1943/44. Ma questa è un'altra storia.

Gino Zanette

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Foto presente nel passaporto di Maria Salamon con i figli nati in California.

      

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Passaporto di Maria Salamon nella pagina in cui sono elencati i figli della foto sopra.

 

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L'EMIGRAZIONE VERSO LA FRANCIA (1920-1930)

Fino alla vigilia della prima guerra mondiale, l'emigrazione italiana in Francia fu esclusivamente di tipo economico. Nel paese vi era infatti una grossa carenza di manodopera interna, in modo particolare nei settori agricolo, industriale (fabbriche e miniere) ed edile. Le richieste francesi di manodopera italiana, crebbero alla fine del primo conflitto mondiale, dove la Francia, malgrado fu una delle potenze vincitrici della guerra, subì enormi contraccolpi non solo da un punto di vista economico, ma soprattutto demografico con la perdita di circa 2 milioni di soldati, tutti in età riproduttiva. Questa situazione indebolì ancor di più la già debole demografia francese, per cui l'immigrazione italiana, ma in generale quella straniera, servì anche a colmare questa grave carenza.

               

 La famiglia di ANGELO GANDIN in Francia

 

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Montignac de Lauzun (stalla ''La Plaisence") 1932. Angelo Gandin e Giovanna Marchesin circondati dai figli e nipoti, emigrati in Francia nella metà degli anni '20, il primo a sx nella fila centrale è mio nonno Angelo (poi ritornato con la famiglia in Italia); i suoi fratelli sono rimasti in Francia.

                    

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Foto di gruppo di emigrati italiani delle nostre zone in Francia (primi anni '30), il primo a sx in alto è Angelo Gandin.

        

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Scambio di foto-cartoline tra Angelo Gandin (mio nonno) e Palma Barazza (mia nonna) per il prossimo matrimonio per procura. Questo tipo di matrimonio a distanza era molto diffuso tra gli emigranti e permetteva appunto di contrarre nozze senza l'effettiva presenza del coniuge, qui sotto l'atto di procura con cui lo sposo contraeva matrimonio.

          

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La famiglia di AGOSTINO BOLZAN in Francia

         BOLZAN J.

Bolzan Agostino e Botteon Angela entrambi di Pianzano e sposati a Pianzano emigrarono in Francia nel 1930 con i loro figli piccoli e li rimasero con i loro discendenti, recentemente una parente ci ha contattati per ricostruire la storia della famiglia, qui sopra foto di famiglia in occasione del matrimonio del figlio Giuseppe nel 1951.   

  

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L'EMIGRAZIONE VERSO LE COLONIE AFRICANE (1930-1940)

Con l'avvento del fascismo l'emigrazione italiana verso il Nord-Africa (Libia) e l’Africa Orientale (Eritrea e Somalia) assunse i caratteri di un'immigrazione di massa.

Nel 1936, successivamente alla vittoriosa seconda guerra italo-etiopica e alla proclamazione dell'impero, il regime fascista avviò un programma di colonizzazione dei nuovi possedimenti. Secondo la visione di Mussolini il nuovo impero non doveva essere di tipo esclusivamente commerciale o di sfruttamento ma anche e soprattutto di popolamento; grazie all'afflusso in massa di contadini, operai, commercianti, imprenditori ecc. , che avrebbero importato nelle nuove terre appena conquistate tutti gli "aspetti civilizzatori" dalla madrepatria , si sarebbe venuta a creare così una nuova Italia d'oltremare.

L'ideologia fascista auspicava che nei territori africani si formasse un nuovo tipo di italiano degno erede del "colono romano" e "perfetto fascista". Il fascismo inoltre prevedeva che le qualità del colonizzatore italiano unite al suo alto tasso di fertilità avrebbero via via soppiantato la popolazione indigena.

Con la caduta del fascismo e la sconfitta dell'Italia, a cui fece seguito il processo di decolonizzazione del continente africano , il numero di italiani in Africa Orientale si ridusse drasticamente. Oggi solo pochi discendenti dei coloni italiani vivono ancora nelle principali aree metropolitane della regione.

   

Nelle prossime foto presentiamo la testimonianza del nostro compaesano RINO GIOVANNI BOLZAN nato a Pianzano nel 1897 e al termine di una vita di emigrazione ritornò in paese dove tutt'ora vivono i suoi discendenti, i ricordi della sua esperienza in Africa ci sono tramandati dal figlio Pietro.

Come molti italiani nel 1935 anche Rino Giovanni partì per 2 anni di lavoro ad Addis Abeba, impiegato come muratore nei cantieri edili aperti all'epoca con l'idea di modernizzare il paese partendo dalla realizzazione di una fitta rete di arterie stradali per migliaia di kilometri, probabilmente Rino Giovanni era impiegato nella realizzazione di opere edili a corredo delle strade.

1935-AdisAbeba-CAPO

1935-AdisAbeba-FONDAZIONI

In queste foto sopra, Rino Giovanni in compagnia (probabilmente) di ingegneri di cantiere (da notare la scimmia a sinistra in basso), nell'altra foto a destra, Rino Giovanni in piedi su opere di fondazione insieme ad altri operai nei dintorini di Addis Adeba nel 1935. Purtroppo la qualità delle foto è scarsa per colpa dei mezzi dell'epoca e del clima in cui sono state scattate, in particolare l'elevata luminosità.

      

1935-AdisAbeba-LAVORI

1935-AdisAbeba-ALBERI

Nelle foto qui sopra, ancora vita in cantiere, ma il paesaggio sembra diverso, in particolare gli alberi dello sfondo (Acacie) sono tipici delle aree semi-desertiche della Dancalia e Somalia.

         

1935-AdisAbeba-PRANZO

Una delle foto più riuscite perchè scattata all'ombra del refettorio improvvisato in un cantiere, la foto ha probabilmente passato di buon grado la censura infatti rappresenta un tavolo ben fornito: il  vettovagliamento dei cantieri fu un problema partcolarmente serio ed imbarazzante per le autorità coloniali, non era raro che alcuni giorni non arrivassero i rifornimenti presso gli avamposti dei cantieri stradali...

Rino Giovanni si trattenne in Africa per 2 anni, infatti progressivamente la manodopera italiana fu sostituita con personale indigeno, al ritorno portò con se (in particolare) il ricordo dell'affetto per un ragazzino indigeno suo compagno di lavoro e della sofferenza al momento del distacco definitivo per il rientro in Italia.

   

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L'EMIGRAZIONE IN BELGIO E NORD EUROPA (1946-1956)

L’emigrazione in Belgio interessò un buon numero di pianzanesi che andarono a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia.

Limitata agli inizi del '900, dopo la seconda guerra mondiale si registrò invece un notevole incremento del flusso migratorio, principalmente a causa delle distruzioni belliche in Italia; negli anni in cui vengono conclusi i vari accordi bilaterali tra Italia e Belgio, gli immigrati italiani si diressero in misura considerevole verso le miniere di carbone del Belgio.

In quei anni, per convincere le persone ad andare a lavorare in miniera in Belgio, i muri dei paesi vengono letteralmente tappezzati di manifesti di colore rosa che presentano unicamente i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato.

Nel 1956 in seguito al Disastro di Marcinelle si ridusse sensibilmente il numero di Italiani che lavoravano nelle miniere belghe.         

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L'emigrazione in BELGIO             

Pietro Bolzan emigra in Belgio nel 1947 e ci rimarrà per 3 anni prima di emigrare in Argentina, in questi anni lavorerà come manovale, muratore, carpentiere, specialmente in una fabbrica per la produzione di mattoni per altoforni. A differenza di molti connazionali non lavorò in miniera, come diceva allora scherzando "vae in miniera solche quando che i ghe verdarà le fenestre!".

Nella foto qui sotto lo vediamo giovanissimo (maggio 1947) all'ingresso della Phenix Works a Flémalle-Haute (Liegi) specializzata nella produzione di lamiere.

6.5.47 Belgio

 

L'emigrazione in LUSSEMBURGO       

Vittorio Bolzan classe 1909 emigra prima in Francia con i fratelli Antonio e Maria poi in Lussemburgo dove erano emigrate le sorelle Luigia e Maria

Nella foto qui sotto (anni '30-'40) Vittorio Bolzan che come lui stesso scrive ai genitori in Italia "è la seconda volta che faccio il primo" ossia che vince una gara di ciclismo. Emigrante in Lussemburgo come i fratelli era un discreto ciclista dilettante qui a Pianzano e in Lussemburgo appunto...ma sarà suo nipote ALDO a diventare una vera e propria celebrità del ciclismo lussemburghese e internazionale degli anni '60 correndo come gregario con Charly Gaul negli anni delle grandi vittorie.
http://fr.wikipedia.org/wiki/Aldo_Bolzan

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Alla sx di Vittorio sua moglie (originaria di Bibano), a dx sua sorella Luigia Bolzan con il marito Milluzzi (di origine toscana) e nella sedia il loro figlio Alexander che attualmente vive in Ohio.

 

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L'EMIGRAZIONE OPERAIA IN SVIZZERA E NORD AMERICA (1950-1970)

L'emigrazione in CANADA

L’emigrazione italiana in Canada, come la maggior parte delle emigrazioni, ha avuto due momenti: il primo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 e il secondo dopo la Seconda Guerra Mondiale. I primi a giungere in Canada sono stati gli emigrati provenienti dal Veneto e dal Friuli, successivamente arrivarono tanti ragazzi provenienti dall’Italia Meridionale.

Le mete più ambite dagli emigranti furono Montreal e Toronto, solo successivamente gli Italiani si trasferirono anche in altre città come Ottawa e Vancouver. Il numero maggiore di emigrati arrivò in questo Paese durante gli anni ’50 del secolo scorso: erano giovani, cresciuti nella povertà, che avevano visto l’orrore della guerra e che aiutati da amici e parenti, che già vivevano lì, erano partiti in cerca di futuro. Spesso il loro viaggio di andata era pagato dai loro cari in Canada perché questi ragazzi spesso non potevano permettersi neanche il biglietto del viaggio. Alcuni di loro invece arrivarono in Canada con un vero e proprio contratto di lavoro. In particolare, dopo il secondo conflitto mondiale, vi era bisogno di manodopera, che lavorasse per la ricostruzione e per la riqualificazione di diversi centri urbani e la richiesta di giovani lavoratori era alta. Il governo canadese richiese gli operai ai vari governi, tra i quali quello Italiano. I giovani venivano scelti tramite ufficio di collocamento e dovevano superare diverse prove per risultare idonei.

Toronto

Toronto metà anni '50. Aldo Bolzan sposa a Toronto sua moglie Augusta, partito da Pianzano con i fratelli si stabilisce infine in Canada con la famiglia.

                       

Aprile 1959

Toronto, aprile 1959. Aldo e Augusta Bolzan con il loro figlio Eddy per le strade di Toronto.

             

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Toronto, anni '50. Augusta alle prese con la macchina da maglieria.

       

L'emigrazione verso la SVIZZERA

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera quale meta d’emigrazione all'indomani della seconda guerra mondiale e specialmente tra il 1950 e il 1970. Il sistema produttivo della Confederazione, uscito praticamente indenne dalla guerra, era soggetto a una forte domanda, anche internazionale, e di conseguenza a un aumento del bisogno di manodopera. Gli imprenditori svizzeri decisero così di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dalla vicina Italia.

Il governo elvetico aveva cercato fin da subito di controllare l’emigrazione limitandola ai lavoratori cosiddetti stagionali. Il primo accordo con l’Italia a questo proposito risale al 1948. Esso è volto a sottolineare questo processo di rotazione dei lavoratori. La categoria degli stagionali, strettamente funzionale agli sbalzi dell’economia, aveva però uno statuto poco favorevole: non poteva spostarsi all’interno del territorio svizzero, ne cambiare lavoro, ma era vincolata a chi l’aveva assunta, che poteva licenziarla in qualsiasi momento (con sole 24 ore di preavviso). A questi lavoratori, non era inoltre concesso di portare con sé la famiglia. L’accordo provocava notevoli problemi d’integrazione per i lavoratori e creava tensioni con il governo italiano, che aveva a più riprese domandato maggiori sicurezze per i suoi connazionali. Si giunse così a un secondo accordo, quello del 1964, volto alla promozione dell’integrazione, in particolare con la legge sul ricongiungimento familiare.

In seguito a questi nuovi accordi si scatenarono però nella Confederazione opinioni xenofobe causate dalla paura dell’inforestierimento (Überfremdung in tedesco), quest’atmosfera di tensione e di intolleranza non era certo positiva per i lavoratori italiani presenti in Svizzera che desideravano, nella maggior parte dei casi, fare ritorno al più presto.

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GLI ULTIMI ANNI (1980-oggi)

L'emigrazione di famiglie pianzanesi all'estero per lavoro non si è mai del tutto arrestata. Negli ultimi anni, in particolare tra il 1980-1990 si registra un emigrazione di italiani verso la Germania o Nord Europa in genere finalizzato all'apertura di esercizi commerciali nel mondo della ristorazione (pizzeria, cucina italiana) e soprattutto gelaterie.

Più recentemente si registra anche il fenomeno dei cosidetti "cervelli in fuga"....anche da Pianzano.

in preparazione foto e ricordi

 

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